martedì 25 settembre 2007

indicativo presente (a sé stesso)

Io non faccio niente di male
Tu fai le tue scelte
Lui fa in fretta a parlare
Noi lo facciamo per il tuo bene
Voi fate come tutti
Loro fanno il bello e il cattivo tempo

(per una grammatica antipolitica)

martedì 18 settembre 2007

Servabo

Qualche tempo fa, un giornalista di valore, oggi direttore di un importante quotidiano, alla domanda su quali fossero i criteri per cui una notizia arrivasse e (soprattutto) rimanesse in prima pagina, rispose che, su tutti, valeva il carattere della “politicità”, dell’interesse per il bene collettivo e pubblico. Questo valeva ovviamente per le notizie dagli interni o dagli esteri, ma anche per la cronaca nera, per gli spettacoli e così via.
Un delitto, esemplificava, passata l’eco del momento, è oggettivamente qualcosa che riguarda i protagonisti, i familiari e gli inquirenti. Può ritornare agli strilli dei riflettori se, magari, durante le indagini emergono degli elementi tali per cui lo si può collocare in una dimensione di criminalità organizzata in un determinato territorio o se, grazie alla raffinatezza delle tecnologia a disposizione, si scoprono piste di indagine prima insospettate, dando luogo dunque a una “nuova” notizia.
A tutto questo ripensavo ascoltando e leggendo le cronache sulla chiamata a raccolta di Grillo, in piazza prima, attraverso le riprese televisive poi, sul blog sempre.
I commenti la considerano comunque espressione di antipolitica, e che si sia schierati pro o contro le parole e i proclami del comico, in realtà la notizia si sta comportando come la più politica di questi tempi per spazio e tempo occupati su ogni fonte di informazione.
Non so se intenzionalmente sia l’una o l’altra cosa, ma mi sorprendo di come la parola antipolitica sia comparsa solo in questa circostanza, come se questo fosse l’evento più oppositivo e contrapposto alla costituzione, organizzazione e amministrazione dello stato.
A me sembra che da lungo tempo si stiano verificando manifestazioni di antipolitica e, ormai, all’interno della cosiddetta stessa politica: la nascita e la crescita della Lega Nord, la fondazione e l’affermazione di Forza Italia, il loro rispettivo e inquietante radicamento in alcune regioni del Nord e in Sicilia, per esempio.
Tutte circostanze che non solo non si è mai avuto il coraggio di chiamare antipolitiche, ma alle quali si è sempre riservato uno spazio e una dignità politici.
Forse allora l’antipolitica diventa politica quando asseconda i desideri della gente.
Ma desiderare non è negato alla politica, non c’è affatto bisogno che cediamo le nostre aspettative in cambio di progenitori celti; I have a dream diceva M. L. King e non portava cravatte Marinella.
Io penso a volte che la stessa gente sia antipolitica, quando riempie i carrelli di cibi che non ce la farà a consumare, cambia telefoni e computer pur funzionanti con nuovi più smaglianti modelli o acquista auto più veloci del limite di velocità, quando pretende di avere comunque e sempre ragione o tratta i figli come proprietà privata o vive la settimana in attesa solo della sua vacanziera fine.
E sono sempre più convinta che antipolitici siano molti telegiornali, giornali e trasmissioni che, appunto, compiacciono e alimentano i desideri della gente, in un rapporto vizioso e morboso che ci relega in un ruolo sottomesso a chi può decidere ciò che possiamo e dobbiamo desiderare.
Antipolitico è con-fondere i bisogni con i desideri e promettere che ogni desiderio sarà realtà.
Sono andata a rileggermi le parole di Luigi Pintor quando scrisse che la sua disposizione a subire l’influsso della guerra forse venne acuita dalla scritta che trovò sul ritratto di un antenato: servabo. «Può voler dire conserverò, terrò in serbo, terrò fede, o anche servirò, sarò utile. Ma conservare o servire sono termini sconvenienti, che implicano soggezione, il senso di un limite, un vincolo».
Sentire l’influenza della politica, scegliere la politica e non l’antipolitica significa, in fondo, chiedere che la politica coincida con una sola parola: servabo.

domenica 9 settembre 2007

per... Vera

e per tutti coloro per i quali domani è un altro primo giorno.


È come capodanno.
Un tempo lo festeggiavo al di là della cattedra come capita a tutti, oggi al di qua, come accade ai pochi che non sono riusciti ad allontanarsi da un passato che certo hanno amato più di ogni altra cosa.
Ricordo un trenta settembre (una volta la scuola iniziava il primo ottobre) di trent’anni fa, vigilia della prima superiore, al ritorno da un’interminabile visita medica per i piccoli di casa.
Si cenava tutti insieme con la disinvoltura e l’allegria che di solito toccava solo alle cene del sabato.
Il sabato era, infatti, un giorno speciale, se non altro per la spesa che si svolgeva come un rito in uno dei primi supermercati aperti in zona e per la cena di prelibatezze acquistate già pronte che ne seguiva. Si mangiava vociando, elettrizzati per la quantità degli acquisti, spesso rubando dai piatti del vicino i bocconi che sembravano più appetitosi. Era quasi tutto permesso e senza rimproveri.
Non è che accadesse proprio tutti i fine settimana: c’erano, come dire, sabati più sabati degli altri, sabati della spesa “grossa” dalla festa garantita, il cui clima spensierato si spandeva oleoso anche sulla domenica successiva.
Ogni tanto, però, il calendario si sbagliava e in certe occasioni moltiplicava questi giorni speciali.
Poteva accadere il lunedì o il giovedì, non importava: contava l’imprevisto che spingeva una famiglia numerosa di figli bambini a un esodo magari programmato ma che comportava un rientro disordinato e una cena improvvisata.
Una visita dal pediatra era quanto di più frequente poteva capitare e sollevava l’attesa più frizzante, almeno in noi figli. Sapevamo che ci avrebbe atteso un pasto non solo fuori orario, ma soprattutto fuori controllo.
Anche quel trenta settembre doveva essere un ‘sabedì’, cui si aggiungeva l’ansia per l’inizio della scuola. Erano anni in cui le addizioni sommavano quasi esclusivamente emozioni positive e tutto diventava nutrimento.
Durante la cena ascoltammo dalla voce composta e ufficiale del presidente della repubblica il messaggio augurale per il nuovo anno. L’attività delle forchette fu sospesa di colpo: il rispetto delle istituzioni che ci era stato insegnato e il fatto che il messaggio fosse diffuso a reti unificate dalla televisione ci imponeva immediato rispetto, anche se dubito che noi si capisse quello che l’autorità andava dicendo sull’importanza della scuola.
Ricordo però l’emozione. Vedo ancora distintamente dove ero seduta quella sera e ricordo che pensai di voler provare per sempre il sapore di quell’emozione, di quel senso di attesa e di sorpresa che in qualche modo il messaggio lasciava presagire mi sarebbe toccato il giorno successivo.
Forse è per questo. Che ho fatto l’insegnante, intendo.
Per l’emozione di parole al prosciutto, verrebbe da dire.
Per l’emozione che si prova prima di scartare i regali, quando immaginare è più bello di scoprire.
Da allora ogni anno è un po’ come allora. Anche se spesso il tempo delle sottrazioni ha rubato la scena alle somme.
Per questa sera ho scelto un concerto.
Niente prosciutto, meglio Beethoven, vista l’età. Magari L’eroica aiuta di più.

venerdì 7 settembre 2007

otto settembre

Dagli incontri con sua madre T. rientrava carico di odio per noi e di rancore per lei.
A letto, la sera, cominciava una specie di danza sonora: sbuffava, mugolava sommesso poi sempre più forte, violento fino a urlare suoni sconnessi e laceranti.
Inutile cercare un senso compiuto in quei fiati che davano voce al dolore di non poter essere ogni giorno anche figlio, non solo creatura, della propria madre.
Quel male primitivo lo disarcionava dalle parole e dagli affetti.
Una vecchia un giorno mi disse:” E’ il dolore, il dolore vivo che ha dentro. Finchè vive, non parla. Il dolore parla solo da morto. Prova tu a parlare per lui, per loro, per il bambino e il suo dolore”.
E sera dopo sera raccontavo storie e passato, immaginavo un futuro che avrei ignorato, inventavo favole che gli erano mancate, mentre T. si calmava e ascoltava tutto e sempre, con il male in un silenzio di tregua più che di resa, pronto a ricominciare i gemiti se tacevo solo pochi secondi.
Ma se la vecchia aveva ragione, le parole avrebbero vinto, bastava scovare quelle giuste e, forse un giorno, nostre.
Invece no, ogni volta come la prima e una settimana come l’altra, senza miglioramenti magari piccoli ma duraturi.
Cominciai a chiedermi allora dove finissero quelle parole, tante, diverse che pronunciavo con passione e tenerezza e che pure venivano ascoltate con avidità e cura, lo sentivo.
Dove si infilavano, perché si sottraevano al compito, in quale penombra si isolavano, non l’avrei mai saputo.
Tutto uguale, tutto come sempre per noi, T. con il suo dolore vivo, io con la mia speranza, lei sì, morente.
Le parole forse a spasso, libere di essere inutili e gratuite.
Perché le parole, forse, non c’entrano quasi mai con la vita.

domenica 2 settembre 2007

post otium

Ributtare pesci ancora guizzanti
in mare aperto
ripopolare di specie felici
aree dismesse