giovedì 1 gennaio 2009

Avvento

“Prof…”
“Dimmi”
“Posso usare avvenente per dire che sta per arrivare?

E un cane, sdraiato là, rizzò muso e orecchie, […]
là giaceva il cane Argo, pieno di zecche.
E allora, come sentì vicino Odisseo,
mosse la coda, abbassò le due orecchie,
ma non poté correre incontro al padrone.
E il padrone voltandosi, si terse una lacrima
[…]
[Omero, Odissea, libro XVII, vv. 291-304, versione di R. Calzecchi-Onesti, Einaudi 1981]

Poi chi stava per venire è arrivato: il Natale, un affetto lontano, l’anno nuovo.
Ma l’arrivo non esaurisce l’attesa, se possibile anzi la nutre e l’accresce perché ogni attesa risolta chiude un tempo conosciuto e apre uno spazio aperto all’immaginazione e al desiderio di futuro.
Ho capito – forse – l’attesa solo da poco, da quando vedo Musonero aspettare ogni mattina il suo padrone sull’ultimo gradino della piccola scala che conduce alla porta d’ingresso di una villetta a bordo strada.
Musonero non sa che lo chiamo così, non mi ha neanche mai visto quel cane color temporale.
Ogni mattina, a giorno appena fatto, passo in macchina davanti al cancello della casa che abita con i suoi umani e lo trovo sempre lì, nella stessa posizione: la figura protesa come verso una meta, le zampe posteriori leggermente oblique pronte a sostenere lo scatto in avanti che sembra sul punto di esplodere, il muso affilato, più nero del nero del corpo, in grado di annusare il momento in cui qualcuno aprirà la porta.
Ogni mattina, con ogni tempo la solita scena: porta chiusa, Musonero fermo, stirato dallo schiacciassi dell’attesa come un solido che abbia perso o dimenticato il volume del movimento, il semaforo rosso e io che mi chiedo che cosa esattamente aspetti. Il cibo, un po’ di tepore, la prima carezza, una voce conosciuta?
Tutto questo magari, ma non sono mai riuscita ad appurarlo. Passo oltre prima che la porta si apra mai.
Mi rimane solo l’immagine della sua attesa, che è più intensa e acuta di qualunque risposta gli possa venire data. Se anche solo aspettasse cibo, la sua attesa è più affamata della scodella che riceve; se attendesse mani carezzevoli, il suo mantello è troppo grande rispetto alle tenerezze che potrebbero arrivare; il calore di una casa non potrebbe sconfiggere il ricordo del freddo della notte.
Ma Musonero, giorno dopo giorno non rinuncia ad aspettare e ad avere fiducia che la porta si aprirà. Eppure non è un cane giovane, potrebbe sapere come va la vita, che le attese non le risparmia ma a volte le delude. E poi è forte e se fosse libero saprebbe farsi valere e potrebbe vivere da cacciatore. Invece aspetta. Nelle sue giornate ci sono così tanti momenti deputati all’attesa, che, sommati, faranno almeno mezza vita.
Vorrei essere Musonero oggi, davanti alla porta del nuovo anno, come lo sono ogni volta che aspetto il ritorno del mio amore a casa la sera.
Chi mi vede può anche non sapere che cosa aspetto, basta che capisca che ho ancora voglia della ciotola del futuro e sto imparando ad aspettare.

2 commenti:

efylove ha detto...

Buon anno!!!
Sta bene? Ha ripreso già il liceo o ha goduto anche lei (come il mio fratellino) della chiusura causa neve? Le è piaciuto il racconto? Sa che tengo moltissimo al suo giudizio... :) Un bacione

Andrea A. ha detto...

"La vera ironia parte dalla considerazione che l'uomo, finchè vive nel mondo presente, non può compiere il proprio destino se non in questo mondo. Quel tendere verso l'infinito infatti non lo porta realmente [...]oltre questa vita. Questo desiderio viene stimolato soltanto dal sentimento dei limiti della vita terrena, ai quali siamo destinati una volta per sempre."
(K.W.F.Solger)

"L'autocoscienza non è espressione di una perdita di realtà da parte del soggetto, è anzi reazione ad una realtà e ad un mondo che ha perso il soggetto. Soltanto i limiti reali possono far nascere la coscienza soggettiva della propria volontà e libertà".