martedì 23 ottobre 2007

omnia munda...

Dissi «Cavolo!» improvvisamente ad alta voce. Mi ricordai quando avevo detto «cavolo» parlando alla bella farmacista del paese, e subito avevo aggiunto: «Cavolo è una parola che, per non involgarire la conversazione, si usa invece di un’altra meno innocua». «Lo so» aveva detto lei, sorridendo gentilmente, «invece di accipicchia».
[Aldo Buzzi, Parliamo d’altro, Ponte alle grazie 2006]

“L’hiver fait le travail des grands maitres: il semplifie…”
[Christian Bobin, Une bibliothèque de nuages, Lettres vives, 2006]

Pensieri per una persona che non c’è più.
La prima volta che lo vidi, arrivò tardi, lasciò ad altri il compito dell’ospitalità.
Apparve subito taciturno, poco incline alla ribalta affettuosa dei saluti dovuti.
Tornava dalla spesa con il carico generoso di chi compera molto non per sé.
Uscì di nuovo, quasi subito: “Devo ritirare le materassa" disse con naturalezza.
Non l’avevo mai sentito, a Milano intendo, “le materassa”, solo letto in Manzoni e per me era parola sottile, di carta. Con lui divenne vera, l’ideale per un sonno buono.
Dopo fu normale. Il caos che gli raccontavo diventava trasparente e facile.
Aveva attraversato molti inverni, prima di diventarlo lui stesso, e aveva imparato a chiamare sole il ghiaccio e rendeva morbida la solitudine.
Non era padre, né zio, né nonno, anzi accumulava in sé soprattutto ‘non’.
Era un ‘senza’, ma la sua casa era solo ‘con’ e ‘per’.
‘Mio’ era ‘nostro’, ‘sono stanco’ si trasformava in ‘beh beh, pazienza’, ‘bellissimo’ diventava ‘quando è novello tutto è bello’.
Asciugava parole e sentimenti e gli sono grata di avermi insegnato a tradurre la vita.

2 commenti:

efylove ha detto...

"Accipicchia" mi fa ridere un sacco: il prof. Sartori dice sempre "'ccipicchia" e mi ha attaccato il vizio. Adesso, ogni volta che sento questa epressione, penso a lui... Verrò a trovarla presto, promesso.

Serena

efylove ha detto...

La conosce "Fra gli agapanti" di Seferis? L'abbiamo letta in Grecia quest'anno, sul traghetto Cefalonia-Patrasso. L'ho ritrovata oggi tra le mie scartoffie e gli appunti presi in improbabili lezioni e ancora più strane posizioni.

"Non ci sono asfodeli nè viole nè giacinti:
come parlare ai morti?
I morti non sanno che il linguaggio dei fiori:
per questo tacciono,
viaggiano e tacciono, patiscono

e tacciono
nel paese dei sogni, nel paese dei sogni.

Se mi metto a cantare, grido,
se grido,
gli agapanti m'impongono silenzio

levando una manina d'azzurro bambino d'Arabia
o le palme d'un'oca nell'aria.

E' gravoso, difficile. Non mi bastano i vivi:
primo, perché non parlano,
poi perché debbo interrogare i morti

se voglio andare avanti.
Altro modo non c'è. Come mi prende sonno
i compagni recidono gli spaghi
d'argento, e l'otre si vuota.
Lo riempio, si vuota, lo riempio, si vuota.

Mi desto
come l'orata natante
nei varchi della folgore.
Il vento, l'alluvione, i corpi umani,
gli agapanti confitti come frecce del fato

sulla terra assetata
squassata da spasimi
paiono caricati sopra un carro vetusto
traballante su strade rotte e selciati vecchi,
gli agapanti, asfodeli dei negri:

come imparare questa religione?

La prima cosa che Dio fece è l'amore
poi viene il sangue
e la sete del sangue
che il seme del corpo come un sale

pungola.
La prima cosa che Dio fece è il lungo vaggio:
e la casa in attesa
con un fumo celeste
con un cane invecchiato che aspetta

per morire, il ritorno.
Ma bisogna che i morti m'insegnino il cammino,
Sono questi agapanti che li tengono muti
come il fondo del mare o l'acqua nel bicchiere.
E i compagni rimangono nella reggia di Circe

(caro Elpenore! Elpenore, mio povero imbecille!)

o - non lo vedi? ("Aiuto!") -
sopra la nera cresta di Psarà"